In questo articolo parleremo del perfezionismo e lo faremo nell’unica maniera possibile e cioè in maniera imperfetta.
Con il termine perfezionismo indichiamo una tendenza a raggiungere la perfezione nei più svariati ambiti. La società attuale purtroppo spesso promuove il perfezionismo in molti ambiti di vita, basti pensare alla professione, all’aspetto fisico, ai risultati di studio o sportivi. Tuttavia il problema di sentire il dovere di raggiungere la perfezione deriva proprio dal fatto che essa è indefinita e dunque non abbiamo dei criteri certi per dire “questa cosa è perfetta” e quindi non possiamo mai essere sicuri di averla raggiunta e non ci gratifichiamo mai per aver raggiunto un obiettivo ma ci ritroviamo a spostare l’asticella sempre più in alto.
Se un tempo si pensava che il perfezionismo potesse a volte essere “sano”, oggi si considera il perfezionismo sempre disfunzionale, perché esso non è solo il desiderio di raggiungere l’eccellenza, ma viene vissuto come un dovere di fare le cose perfette. Ma chi definisce quando una cosa è perfetta? Da quali indizi concreti possiamo dire che l’obiettivo è oggettivamente raggiunto? Nessuno! Puntare alla perfezione vuol dire puntare ad un risultato indefinibile e quindi non raggiungibile. Questo crea ansia e sofferenza, stimola critica e autocritica. Eppure avere tendenze perfezioniste è comune a molti/e di noi.
Il perfezionismo si forma nel corso della nostra vita per svariati motivi che hanno a che fare con le nostre tendenze temperamentali e la nostra storia di vita. Può farci provare ansia, tristezza, fatica e blocco.
Facciamo alcuni esempi che ci aiutano a capire meglio perché ricercare la perfezione è una ricerca che non ci aiuta a raggiungere gli obiettivi e che anzi ci fa sentire vissuti spiacevoli:
Una cosa sembra perfetta finché qualcuno non scopre un modo di guardarla più nel dettaglio. Quante volte nella storia si è pensato che un’invenzione o una teoria fossero perfette, finché decenni dopo qualcuno scopriva una nuova invenzione o faceva una nuova scoperta che metteva in dubbio l’invenzione e la teoria precedente? Non avendo in mano la conoscenza assoluta non possiamo mai affermare che una cosa sia obiettivamente perfetta. Quindi sarebbe meglio cercare di fare le cose seguendo dei criteri concreti per capire di averla fatta abbastanza bene, anziché inseguire un’ideale di perfezione irraggiungibile. Anche un dipinto sembra perfetto, ma se lo guardi centimetro per centimetro troverai le naturali, umane e necessarie imperfezioni. Insomma qualcosa può apparire perfetto finché qualcuno non trova il modo di osservarlo più in profondità: una pelle perfetta in foto, può apparire imperfetta al microscopio.
Che qualcosa appaia come perfetto non vuol dire che sia perfetto. Pensiamo alla perfezione estetica che vediamo nelle foto di modelli o modelle: quanto lavoro c’è dietro quell’immagine, quanti strumenti come guaine, trucco, fondotinta, posizioni studiate e innaturali, quanta preparazione su indicazioni del fotografo, quanta post produzione fotografica con effetti che eliminano imperfezioni, ombre e modificano luci e contrasti. Quelle immagini sono perfette, ma sono statiche. Quando la “foto finisce” il modello o la modella si muovono, tornano alla vita quotidiana, si svegliano dopo aver dormito male, vanno a correre e sudano, si vestono un po’ come capita per fare la spesa, vanno a rifarsi la ricrescita. Quando si muovono nella vita vera quella perfezione non esiste più: i capelli sono fuori posto, il sorriso non è onnipresente, il fondotinta non c’è, la luce non è ottimale. La perfezione può sembrare presente in un fotogramma di un momento, ma noi non viviamo, né lavoriamo, né studiamo in un fotogramma.
Il perfezionismo punta ad un risultato irraggiungibile e fa perdere il piacere del fare. Immagina di dover fare una lasagna: come la farai se pensi che avrai degli ospiti che valuteranno la tua lasagna secondo criteri di perfezione assoluta? Probabilmente ti concentrerai molto a cercare di fare la lasagna più perfetta possibile, pesando ogni singola quantità, mettendo a confronto le ricette che cercano di dare le indicazioni per farla perfettamente, con l’ansia di non riuscirci e sentendo la fatica di dover fare attenzione assoluta ad ogni singolo passaggio. E se invece provi ad immaginare di dover fare una lasagna concentrandoti sul piacere del cucinare e sul raggiungere il criterio verificabile che ne risulti una lasagna che ti piace? E magari la ricetta dice 400g di besciamella, ma tu ami la besciamella e allora ne metti 500? Dirsi “Farò questa lasagna finché non verrà perfetta” è diverso dal dirsi “La farò finché non avrà questa consistenza, questo aspetto, finché non avrà il gusto che piacerà a me”.
Questi esempi vogliono farci riflettere su alcuni aspetti importante per contrastare la tendenza al perfezionismo:
- Ricordarci che la perfezione non è raggiungibile, è che è meglio tendere a fare le cose bene anziché a farle perfettamente, perché nessuno ha i criteri obiettivi per definire la perfezione.
- Cercare di stabilire criteri concreti e verificabili per capire quando una cosa è fatta abbastanza bene e gratificarci se li raggiungiamo.
- L’importanza di riconnetterci al piacere di fare. Cercare strenuamente un risultato perfetto ci porta spesso a sentire fatica e a perdere la connessione con il motivo per cui stiamo facendo qualcosa. Riconnettiti con il piacere di impegnarti in quell’attività piuttosto che guardare solo ad un ipotetico risultato perfetto.
Oltretutto, cercare di raggiungere un obiettivo perfetto non ci allontana solo dal piacere del fare, ma ci può allontanare anche dalla soddisfazione dell’obiettivo in sé portando a quella sensazione di blocco di cui parlavamo prima. Curiosamente un aneddoto della seconda guerra mondiale ci porta a capire perché:
Intorno al 1942, il Regno Unito era impegnato nella progettazione di mezzi da sbarco che avrebbero trasportato carri armati e truppe attraverso il Canale della Manica, questo perché per il Regno Unito era importante cercare di portare la guerra lontano da casa, cosa che si voleva fare più in fretta possibile proprio per mettere in sicurezza la propria terra dalle bombe nemiche. Pare che in questo contesto il Primo ministro inglese Winston Churchill venne a sapere che i progettisti stavano ritardando a realizzare questi mezzi proprio perché erano impegnati a discutere modifiche al progetto per renderlo il più “perfetto possibile” e che Churchill commentò con questa frase: “La massima per cui ‘Niente vale se non la perfezione’ può essere scritta in modo più breve: ‘Paralisi’“. Con questo Churchill evidenziava come il cercare il perfezionamento assoluto portava a grande dispendio di tempo che era invece prezioso per raggiungere l’obiettivo ossia portare la guerra lontano da casa il prima possibile.
Questo aneddoto ci permette di vedere un’altra conseguenza spiacevole del perfezionismo, che riguarda il perdere l’efficienza nel raggiungere l’obiettivo. Con efficienza si intende il fatto che l’obiettivo viene raggiunto utilizzando al meglio le risorse a disposizione. Per spiegare meglio, questo articolo è iniziato così: “In questo articolo parleremo del perfezionismo e lo faremo nell’unica maniera possibile e cioè in maniera imperfetta.“. Se avessi voluto fare questo articolo perfettamente, probabilmente avrei passato il doppio del tempo a scriverlo, avrei modificato decine di volte il testo, lo avrei ricontrollato, sarei andata a cercare tutte le fonti, a cercarne altre, avrei modificato la grafica più volte, lo avrei scritto e riscritto. Ma da nessuna parte c’è un criterio per stabilire quando questo articolo sarebbe “perfetto”. Mi sono allora limitata a cercare di fare un buon articolo, secondo miei criteri personali: ha un inizio, un procedimento e una conclusione, ha qualche aspetto descrittivo, diversi esempi per rendere chiaro a tutti/e le cose di cui parla, qualche aneddoto interessante e anche delle indicazioni pratiche per affrontare il proprio perfezionismo. Al mio giudizio è chiaro, con spunti interessanti e può anche essere utile. Questi sono criteri soggettivi che mi hanno portato a concluderlo in tempo efficiente e pubblicarlo. Se avessi voluto farlo “perfetto” probabilmente non lo avrei pubblicato oppure lo avrei pubblicato dopo molto più tempo, ansia e fatica e comunque non soddisfatta, perché “avrebbe potuto essere più perfetto”.
Sperando di aver disegnato un quadro interessante e utile sul perfezionismo. Vi ringrazio per aver approfondito insieme a me questo argomento così attuale nella società odierna.
Ylenia Greco Psicologa Psicoterapeuta
Per ulteriori contenuti, Instagram: @yleniagrecopsicologa
Ricevo a Faenza. Tel. 3761526796 / Mail. yleniagrecopsy@gmail.com

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