Parliamo di benessere mentale

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) nella sua Costituzione del 1948 ha definito la salute non solo come “assenza di disagio o malattia” bensì come “uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale” ossia l’obiettivo ideale a cui aspira di arrivare per tutta la popolazione mondiale.

Questo è rilevante perché spesso si ritiene che un percorso psicologico e/o psicoterapeutico abbia il solo scopo di abbassare il malessere o di diminuire dei sintomi di malessere, ma in verità questo può non bastare: un percorso psicologico e psicoterapeutico infatti si concentra anche sull’aumentare il benessere, non solo diminuendo il sintomo o il malessere ma anche aumentando quelle dimensioni personali, stili di vita, funzionamenti intrapersonali o interpersonali che magari non causano malessere alla persona ma che abbassano la qualità della sua vita e che a lungo andare possono contribuire poi all’emergere di malessere o sintomi.

Se immaginiamo una linea che indica lo stare mediamente né male né bene, immaginiamo la diminuzione del malessere come salita verso questa linea. Ma il benessere non è solo arrivare alla linea 0, ma aggiungere qualcosa di più del semplice esistere senza stare male, e questo vuol dire aumentare quelle aree di vita che danno benessere.

Tant’è vero che in psicoterapia non arriva solo chi ha un sintomo di malessere ma anche chi si accorge di sentire una mancanza di benessere e che vorrebbe stare meglio.

Rispetto al tema del benessere una falsa aspettativa è quella di pensare che il benessere mentale voglia dire “essere sempre felici” o “essere sempre allegri”, ma il benessere comprende cose diverse, perché diversi sono i nostri bisogni.

Possiamo considerare tre diversi tipi di benessere che concorrono a creare il nostro stato di benessere mentale generale:

1) il benessere soggettivo dipende proprio dalle attività o momenti che ci rendono allegri e felici, dalle cose che ci danno piacere e divertimento nel senso comune del termine.
Ballare, uscire con gli amici/le amiche, mangiare qualcosa che ci piace, fare shopping, fare aperitivo in un posto nuovo, vedere un bel film che ci fa ridere. Queste attività ci procurano emozioni di gioia e contentezza. Tuttavia queste emozioni sono temporanee e dopo un po’ che abbiamo finito l’attività possono rientrare.

-> Questo tipo di benessere veniva descritto già dagli antichi Greci con il termine di edonismo (il termine deriva dal greco ἡδονή «piacere»), che possiamo collegare alla figura del filosofo Epicuro, una corrente filosofica che identificava il benessere come presenza di stati mentali positivi, la ricerca del piacere immediato e di attività gioiose per la mente e per il corpo.

Pensare che il benessere sia solo questo può farci pensare che dobbiamo rincorrere attività attivanti in maniera quasi compulsiva come unico modo per stare bene.

2) il benessere psicologico invece deriva da quella intima di soddisfazione di fare qualcosa per noi bella e importante, qualcosa che ci dia senso. È quella “pienezza interiore” che deriva dal trovare senso nelle proprie giornate e attività, non tanto perché raggiungiamo obiettivi che ci danno gioia ma perché “siamo nel processo”. La soddisfazione deriva dal fare e non dal raggiungere, le attività quindi non sempre ci danno gioia momentanea, possono essere anche impegnative eppure ci danno senso.

-> Anche questo tipo di benessere fu identificato e sostenuto da una corrente filosofica degli antichi Greci, quella della cosiddetta eudamonia (il termine deriva dal greco der. di εὐδαίμων «felice», comp. di εὖ «bene» e δαίμων «demone; sorte»), che possiamo collegare al filosofo Aristotele, corrente che sosteneva che il benessere fosse legato a perseguire gli scopi importanti della propria vita, sentendo pienezza interiore e senso. Questa ricerca poteva accompagnarsi anche al piacere, ma il fulcro del benessere in questa prospettiva deriva dal perseguire mete per sé importanti che danno soddisfazione e dal sentire il realizzarsi di una crescita personale.

Qui una citazione che può far riflettere su questo senso interiore di senso della vita, anche quando la ricerca del piacere è fortemente ostacolata. Infatti queste parole sono state scritte da Anna Frank nel rifugio in cui era rinchiusa per sfuggire alla deportazione nei campi di concentramento. Tratto da “Il diario di Anna Frank”:

“Qui mi manca molto, moltissimo, e da molto tempo, e tanto a me quanto a te. Desidero intensamente, come te, l’aria e la libertà di cui siamo privi, ma credo che per queste privazioni siamo largamente compensati. Me ne resi conto improvvisamente stamane quando sedevo dinanzi alla finestra. Intendo parlare di compensi interiori. Quando guardavo fuori, mi sentivo felice, assolutamente felice.
Finché c’è questa felicità interiore, questo godere della natura, della salute e di tante altre cose, finché si ha tutto questo di tornerà sempre a essere felici.
Ricchezza, fama, tutto puoi perdere, ma questa felicità nell’intimo del tuo cuore può soltanto velarsi, e si rinnoverà sempre finché vivrai.
Finché puoi guardare il cielo senza timore, sappi che sei intimamente puro e che ridiverrai comunque felice.”

3) il benessere sociale ha a che fare invece con la connessione con gli altri, il mondo, la natura. Deriva da una percezione di appartenenza e condivisione. Interessa le nostre relazioni con gli altri, ma anche il puro senso di appartenenza a una comunità o alla profonda connessione con ciò che sta fuori di noi.

Se a ciò aggiungiamo la salute fisica, il che significa non solo buoni stili di vita, ma anche benessere ambientale e caratteristiche fisiche di buona qualità di vita (dall’avere una casa, un quartiere che si percepisce sicuro, avere soddisfatti i bisogni fondamentali di cibo, acqua, rifugio) si costituisce una piena condizione di benessere psico-fisico.

Rispetto poi allo specifico “benessere psicologico“, nell’ambito della psicologia positiva molto in voga negli USA, Carol Ryff, psicologa statunitense esperta in benessere psicologico e psicologia cosiddetta “positiva” ossia relativa soprattutto all’implementazione del benessere, ha suddiviso il benessere psicologico in sei sottodimensioni, che sono poi state testate attraverso ricerche sperimentali:

1) AUTOACCETTAZIONE: la persona ha consapevolezza delle proprie qualità e dei propri limiti e difficoltà e questi ultimi non vengono criticati ma accettate come parte di sé. La persona si accetta come è, può anche spronarsi a migliorare ma non si condanna o giudica negativamente per le sue caratteristiche umane, perché consapevole che siamo tutti/e umani e perciò tutti/e imperfetti/e.

2) SCOPO NELLA VITA: la persona ha dei desideri personali, mete ed obiettivi per lei importanti, sente di avere una direzione nella vita. Attribuisce significato alla sua vita, sia esso dato dal suo lavoro, dai suoi hobby, dalle relazioni, dalle attività che reputa per lei significative.

3) RELAZIONI “POSITIVE” (o meglio SANE e FUNZIONALI) CON GLI ALTRI: la persona ha una o più relazioni basate su fiducia, calore e condivisione. E’ in grado di provare affetto, empatia e di stare in intimità. Riesce a chiedere supporto quando ne ha bisogno e a darne, le relazioni sono mediamente reciproche. Riesce a sentirsi spontanea nelle relazioni e rispettare sia i propri bisogni relazionali che quelli delle persone a lei vicine, negoziando nelle relazioni e facendo compromessi. Non significa che non ci siano mai contrasti nelle relazioni, ma che è possibile affrontarli e negoziarli oppure tutelare i propri bisogni e quegli degli altri.

4) AUTONOMIA: la persona è in grado di essere indipendente nelle sue attività e riesce a regolare il proprio comportamento basandosi su standard personali, senza essere costantemente influenzata dal giudizio e dalle aspettative degli altri, senza basarsi solo su consigli e pressioni degli altri nel decidere della sua vita. Riesce a regolare la propria regolazione emotiva senza ricorrere solo e sempre alla regolazione interpersonale.

5) PADRONANZA AMBIENTALE: la persona ha un senso di competenza di sapersi muovere nel mondo. Sa gestire diverse attività e riesce a cogliere ciò che ritiene essere un’opportunità, riuscendo a gestire – non sempre facilmente, a volte anche con fatica – le normali emozioni di ansia o paura a fronte di situazioni nuove o difficili. Se le capita di sentirsi impotente, si ricorda che può cercare di modificare alcuni aspetti dell’ambiente o di poter chiedere supporto, per andare nella direzione dei suoi bisogni.

6) CRESCITA PERSONALE: La persona ha una sensazione di continua espansione, è aperta alle nuove esperienze, cerca modi per realizzare il suo potenziale. Guardando al futuro si immagina migliorata. Non è disinteressata o annoiata verso la propria vita, ma desidera imparare cose nuove, esplorare e sviluppare nuove abilità, comportamenti, relazioni.

La definizione di queste sei dimensioni è chiaramente ideale: ognuno di noi può avere più o meno di ognuna delle dimensioni ed esse possono poi variare nel corso della vita, ci sono momenti in cui è assolutamente normale che succeda di ritrovare basse alcune dimensioni (pensiamo a un bambino piccolo che sta ancora sviluppando padronanza ambientale ed autonomia; oppure ad un momento difficile in cui ci si trova in una situazione oggettivamente poco modificabile da soli).

Tuttavia queste dimensioni possono essere utili per riflettere su quale area sia quella per noi meno sviluppata o più difficoltosa:
Non riusciamo ad accettarci e ci critichiamo continuamente?
Non seguiamo nostri standard personali ma abbiamo bisogno continuo di orientamento e approvazione dall’altro?
Sentiamo di non avere nessuno scopo della vita, o non sappiamo quale delle aree della nostra vita possa diventarlo?
Abbiamo difficoltà a instaurare intimità con gli altri o a negoziare nelle relazioni?

Queste domande aiutano a capire quali sono le aree in cui possiamo lavorare per aumentare il nostro benessere. È una guida per orientarci e per cercare di migliorare le aree del nostro benessere.

Proviamo a chiederci quale di queste aree è per noi meno nutrita e a pensare a come potremmo nutrirla di più.

Dunque: perché è così importante lavorare sulle dimensioni del benessere? Perché spesso i sintomi sono il risultato di stili di vita, di pensiero, di comportamento caratterizzato da scarso benessere, una volta diminuito il sintomo però, se non interveniamo anche nell’aumentare il benessere, ci ritroviamo con le stesse condizioni che hanno portato alla formazione del sintomo. Ecco che allora capire come è sorto il sintomo e quali dimensioni della nostra vita possiamo migliorare affinché quelle condizioni di benessere cambino, è protettivo non solo perché aumenta il nostro stare bene ma anche perché diminuisce le occasioni di malessere e sviluppo di sintomi futuri.

Ylenia Greco Psicologa Psicoterapeuta

Faenza, 3761526796

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