Il problema della violenza contro le donne

Nel periodo della Giornata Internazionale contro la violenza contro le donne, il tema diventa caldo (per qualche giorno) ed in TV, online e nel discorso di piazza si sovrappongono opinioni e pareri, anche se non sempre sono supportati da una profonda conoscenza del fenomeno. Sono infatti già iniziate le polemiche circa l’esistenza o la non esistenza del costrutto del patriarcato, con le polemiche seguite alle parole del ministro Valditara in occasione della presentazione della Fondazione Giulia Cecchettin, dove invece Gino Cecchettin ha rimarcato non solo la sussistenza del patriarcato ma anche la necessità di continuare a parlarne per favorire una presa di coscienza di chi oggi lo nega e lo relega nel passato.

Per questo credo sia importante fare un po’ di chiarezza su termini, fenomeni, numeri e fonti di approfondimento.

  1. Il significato delle parole “maschilismo” e “femminismo”
  2. E cos’è dunque il patriarcato?
  3. Perché i femminismi sostengono che il patriarcato abbia a che fare con la violenza contro le donne?
  4. E la violenza contro gli uomini? Cosa ci dicono i dati ISTAT
  5. La situazione tra i giovanissimi
  6. Cosa possiamo fare in generale
  7. Cosa fare se pensiamo di stare vivendo una situazione di violenza
  8. Sono un uomo: cosa posso fare sul tema?
  9. Per concludere
  10. Libri consigliati sul tema
  11. Contenuti online sul tema
  12. Video per riflettere sul tema

Il significato delle parole “maschilismo” e “femminismo”

Maschilismo: “la presunta superiorità dell’uomo sulla donna, tradizionalmente connessa con gli attributi della virilità; l’atteggiamento o il comportamento che ne deriva, nei suoi riflessi sociali.” Fonte: Dizionario Treccani

Nonostante possa non sembrare evidente, sia donne che uomini possono essere maschiliste e maschilisti.

Femminismo: “il movimento diretto a conquistare per la donna la parità dei diritti nei rapporti civili, economici, giuridici, politici e sociali rispetto all’uomo.” Fonte: Dizionario Treccani

Anche in questo caso, sia uomini che donne possono essere femministe e femministi. Si noti che il senso comune erroneamente informato a volte considera il femminismo come un “maschilismo delle donne”, mentre in realtà il femminismo non vuole le donne al posto degli uomini ma vuole colmare le diseguaglianze di cui le donne sono vittime da secoli e perseguire uguale libertà e diritti per entrambi i generi.

E cos’è dunque il patriarcato?

Patriarcato: “tipo di organizzazione familiare a discendenza patriarcale, in cui cioè i figli entrano a far parte del gruppo cui appartiene il padre, dal quale prendono il nome, i diritti, la potestà che essi trasmettono al discendente più diretto e vicino nella linea maschile. In maniera estensiva indica: complesso di radicati, e sempre infondati, pregiudizi sociali e culturali che determinano manifestazioni e atteggiamenti di prevaricazione, spesso violenta, messi in atto dagli uomini, specialmente verso le donne”. Fonte: Dizionario Treccani

Dunque come possiamo vedere dalle definizioni, il patriarcato indica sia una forma di organizzazione sociale – che comunque prevede il potere agli uomini – ed un significato estensivo di approccio prevaricazione e differente trattamento tra i generi, con un privilegio agli uomini. Se in questi giorni è stato detto che “il patriarcato è finito in Italia” questo potrebbe riguardare formalmente [formalmente e non sempre nella pratica] la prima definizione, ma di certo non la seconda che è proprio quella che i femminismi indicano come la base del problema della violenza contro le donne.

Perché i femminismi sostengono che il patriarcato abbia a che fare con la violenza contro le donne?

Piramide della violenza di Amnesty International

E’ ormai sostenuto da chi si occupa del tema che esista una “piramide del sessismo”: alla punta della piramide della violenza troviamo il femminicidio, la violenza fisica e psicologica nelle relazioni di intimità, le molestie sessuali, lo stupro, il revenge porn. Perché si sostiene che la base alimenti questi fenomeni? Perché vivere in una società dove le battute sul comportamento sessuale delle donne sono all’ordine del giorno, dove il cat calling – l’apprezzamento volgare, il fischio o l’insistenza nell’interagire – rende la vita delle donne per le strade differente da quella degli uomini, vivere in una società dove le donne in tv sono rappresentate più spesso come oggetti sessuali o come cornicette al contenuto maschile e dove i rapporti di coppia vengono ancora tradizionalmente considerati come basati su in diverso potere tra uomo e donna, alimenta e giustifica un approccio di possesso e violento verso le donne.

Veniamo da una Storia in cui oggettivamente le donne avevano meno potere degli uomini ed in cui a causa di diseguaglianze decise dagli uomini effettivamente venivano a trovarsi in una condizione di inferiorità: non potevano studiare, non potevano ereditare, non potevano scegliere chi sposare, non potevano scegliere liberamente con chi avere rapporti, non potevano votare, non potevano esercitare professioni accademiche, anche quando genitori ricchi, nobili e illuminati permettevano loro di studiare. Sembra un passato remoto, ma pensate che fino al 1965 le donne non potevano accedere alla magistratura perché “avevano il ciclo mestruale”. Sembra un passato remoto ma fino al 1981 esisteva ancora il delitto d’onore, per il quale un uomo che avesse trovato la moglie, la sorella o la figlia in comportamenti per lui non consoni per la morale, avrebbe avuto uno sconto di pena se avesse ammazzato lei e l’amante per proteggere l’onore, e chiaramente al contrario non esisteva: l’onore della donna se il marito la tradiva non contava. Sembra un passato remoto ma fino al caso di Franca Viola (che col sostegno della famiglia nel 1966 si oppose) era ancora consuetudine il “matrimonio riparatore” secondo cui il reato di violenza sessuale era considerato estinto se lo stupratore acconsentiva a sposare la vittima, che così diventava vittima due volte. Sembra un passato remoto ma fino al 1996 lo stupro era considerato un reato contro la morale e non contro la persona, con una considerazione inesistente della terribile violenza subita dalla vittima.

Facciamo un esempio: il femminicidio. Innanzitutto appelliamoci a Michela Murgia per spiegare la parola: una donna uccisa nel corso di una rapina è un omicidio, una donna uccisa dall’ex perché lo ha lasciato è un femminicidio. La parola femminicidio infatti non indica il genere della vittima ma il motivo per cui è stata uccisa, ossia in quanto donna, per il fatto per esempio di non essersi conformata alle aspettative patriarcali: come per esempio il fatto che non puoi lasciare un uomo di tua volontà. La domanda che allora ci possiamo fare è: ma quanti uomini vengono uccisi dalla ex moglie o ex ragazza? L’Istat ci dice: pochi. I numeri non sono neanche paragonabili, e lo vedremo. Ma qui soffermiamoci su questo: perché a fronte dello stesso fenomeno – essere lasciati dalla/dal partner – più probabilmente l’uomo mette in atto azioni non rispettose della volontà della partner? La spiegazione i femminismi la trovano nella storia patriarcale da cui veniamo, in cui le donne non potevano dire no e pertanto venivano considerate proprietà del marito.

Veniamo da una Storia che ha riconosciuto maggiore libertà, potere e autodeterminazione agli uomini. Veniamo da una Storia che ha via via radicato rigidi stereotipi di genere – l’uomo forte e volitivo, intelligente e geloso, che non deve chiedere mai e che deve comandare, che è invidiabile se ha tante donne e se non esprime le sue emozioni; la donna sottomessa, accudente e arrendevole, che non ha aspirazioni diverse dall’essere moglie e madre, che deve occuparsi di cucinare e pulire e farsi bella e desiderabile per un uomo – va da sé che la libera espressione di donne e uomini viene fortemente limitata da questi stereotipi. Sono meno uomo se cucino io? Sono meno donna se tengo alla mia carriera? Sono meno uomo se non sono geloso ma anzi mi fido della mia compagna? Sono meno donna se esprimo le mie volontà chiaramente? Sono meno uomo se non comando ma collaboro? Sono meno donna se non chiedo scusa quando esprimo cosa voglio? Sono meno uomo se faccio il padre e accudisco mio figlio? Sono meno donna se gioco a calcio? Sono meno uomo se piango quando sto male? Sono una donna di minor valore se apprezzo fare sesso? Sono meno uomo se, nonostante la sofferenza, accetto che la mia compagna non mi ami più e mi lasci?

Continuiamo a giudicare uomini e donne secondo metri diversi e ad educare le nuove generazioni in modi antichi e ingiusti, nonostante i tempi siano cambiati sia culturalmente che socialmente. Se la mascolinità patriarcale si basa anche sul fatto che l’uomo abbia potere sulle donne e quelle donne ora però possono studiare, votare, ereditare, decidere chi sposare e chi lasciare e con chi fare o non fare sesso, se le donne ora possono decidere se avere o non avere figli, se possono vestirsi come vogliono, uscire da sole, guadagnare come e più degli uomini ed amministrare i propri soldi, cosa succede? Che se abbiamo insegnato all’uomo che il suo valore dipende anche dal fatto che ha più potere di una donna ecco che si sentirà minacciato dal fatto che le donne abbiano potere quanto lui, soprattutto se ancora viene trasmessa un’idea di relazione in cui possesso, controllo e potere vengono confusi con “amore”.

E la violenza contro gli uomini? Cosa ci dicono i dati ISTAT

Nessuno/a nega che anche gli uomini possano subire violenza, anche se spesso la subiscono da altri uomini. Nessuna/o nega però che possano esistere donne violente o che possano esistere relazioni in cui la donna ha atteggiamenti di possesso o controllo sul partner. Questo anche perché un’educazione affettiva sulla coppia sana sarebbe utile a qualsiasi genere, basti pensare che anche nelle coppie omosessuali possono essere presenti dinamiche di potere e controllo perché è ancora questa l’educazione affettiva che spesso viene tramandata. Ma questa differenza di potere è più probabile trovarla messa in atto da uomini, proprio perché coerente con il patriarcato sociale da cui veniamo. Come facciamo a dirlo? Basta guardare i numeri: secondo i DATI ISTAT pubblicati nel 2021 rispetto agli anni 2019 – 2020 relativamente agli omicidi/femminicidi in ambito familiare il 98,3% dei condannati è uomo, mentre solo l’1,7% è donna, il che significa che su 100 omicidi/femminicidi in ambito familiare 98 – quasi 99 – è commesso da un uomo, 1 – quasi 2 – da una donna. Dallo stesso report ISTAT emerge come il 91% degli omicidi di donne sia un femminicidio (ossia come su tutte le donne uccise in quegli anni rispetto a tutti i reati possibili, il 91% era un femminicidio, quindi determinato da variabili relativi all’essere donna).

I dati ISTAT pubblicati nel 2022, rispetto all’anno 2021 invece ci dicono che: nei casi di omicidio di donne del 2021, il 58,8% delle donne era stata uccisa da partner (45,4%) ed ex partner (13,4%). A cui si aggiunge un 25,2% di donne uccise da altro familiare (padre, fratello, figlio). Nel caso degli uomini solo il 4,3% degli uomini è stato ucciso dal/dalla partner. Tanto che l’ISTAT spiega che nel caso dell’uccisione di una donna è più probabile scoprire il colpevole, che si ritrova spesso proprio in ambito familiare.

Un altro dato ISTAT importante riguarda il fatto che mentre gli omicidi di uomini sono diminuiti nell’ultimo ventennio – grazie al calo delle vittime di mafia e di terrorismo – i femminicidi risultano rimanere costanti nel tempo.

La situazione tra i giovanissimi

Guardiamo questi dati per fare un ragionamento. Il sondaggio del 2024 svolto da IPSOS e Save the children a gennaio di quest’anno tra ragazzi e ragazze tra i 14 e i 18 anni mostra quanto gli stereotipi ed i pregiudizi sessisti e patriarcali siano ancora tristemente radicati e quanto il possesso ed il controllo vengano ancora confusi con l’amore dalla narrativa patriarcale. Dalle risposte di un campione di 800 tra ragazzi e ragazze è emerso che:

  • Sulla gelosia il 30% degli adolescenti dice di continuare a considerarla un segno d’amore.
  • Il 21% del campione ritiene normale condividere la password dei social e del cellulare
  • Il 65% degli intervistati e delle intervistate dichiara di aver subìto dal partner almeno un comportamento di controllo.
  • Il 17% del campione ritiene che dare/ricevere uno schiaffo al/dal partner sia normale
  • Il 43% degli intervistati, sul tema del consenso al rapporto sessuale, pensa che di fatto sia la vittima di violenza sessuale a scegliere.
  • il 29% degli adolescenti additano le vittime di violenza sessuale per il modo di vestire o di comportarsi
  • il 24% ritiene che la donna che non dica chiaramente di “no” sia, in fondo, disponibile al rapporto.
  • Metà del campione pensa del resto che prendersi cura in modo più attento delle persone sia una prerogativa tutta femminile; come il 39% ritiene che a essere più inclini a sacrificarsi per il bene della relazione siano proprio le donne.
  • il 52% degli adolescenti in coppia che dichiara di aver subìto comportamenti violenti.

Questi dati a mio avviso possono farci riflettere su due aspetti su cui sarebbe necessario lavorare ed intervenire:

La necessità di rendere meno presenti gli stereotipi ed i pregiudizi di genere. Finché continuiamo a trasmettere l’idea che certe cose siano possibili (e persino giuste o giustificabili) se fatte da un uomo e invece impossibili (o sbagliate e condannabili) se fatte da una donna, non andremo nella direzione della parità di genere. E questo farà sì che se una delle due persone di una coppia ha maggiori diritti e poteri e l’altra non le ha, si crea già di per sé una asimmetria ed una differenza di potere nella coppia stessa. Senza contare che gli stereotipi di genere non limitano solo le donne, ma anche gli uomini – per esempio nell’esprimere le loro emozioni, nel chiedere aiuto, nel vivere la propria sensibilità.

La necessità di lavorare su come viene concepito il rapporto di coppia, con un’educazione sia affettiva che sessuale. Non è possibile continuare a trasmettere un’idea di relazione che attiene al possesso e al controllo. E’ necessario iniziare a trasmettere l’educazione ai rapporti sani che attiene alla fiducia, al consenso e al rispetto del consenso, al rispetto della libertà dell’altra/o, alla negoziazione anziché all’imposizione, alla esplicitazione delle proprie richieste e all’accettazione della volontà dell’altra/o di soddisfarle o meno.

Cosa possiamo fare in generale

Informarsi sul tema, tramite libri, contenuti online ed anche partecipando alle iniziative e agli eventi formativi sul tema organizzati da associazioni, dall’Associazione Nazionale Di.re (Donne in Rete contro la violenza) e dai vari CAV (centri antiviolenza) presenti – più o meno capillarmente a seconda della zona – sul territorio.

Parlarne: confrontarsi con altre donne e uomini, con le persone con cui si possono confrontare le proprie esperienze e con cui ci si sente in sicurezza a farlo

Uscire dalla violenza non è mai facile, cerchiamo di capire e di non giudicare chi vive relazioni che ad occhio esterno sembrano impari o violente. Possiamo offrire il nostro ascolto e sostegno ma non sostituirci alla donna che vive la situazione di violenza.

Cosa fare se pensiamo di stare vivendo una situazione di violenza

Fare attenzione ai segnali che possono preannunciare una dinamica violenta nella relazione e interpretarli come tali, non come manifestazione di amore e cura, ma come manifestazione di controllo e potere: gelosia, proibizioni, minacce, tentativi di controllare come ci si veste, dove si va, con chi si esce, tentativi di allontanare amici/amiche o familiari, proibizione di uscire, proibizione di lavorare, richiesta di controllo dello stipendio della donna.

E’ normale poter sperimentare emozioni di vergogna, di colpa, di tristezza per la perdita dell’immagine idealizzata della coppia o del partner. E’ importante sapere che queste emozioni possono essere accolte e validate ma che non è giusto permettere loro di renderci difficile uscire da situazioni che minacciano il nostro benessere psicologico o la nostra stessa vita.

La violenza nella relazione di intimità è ciclica: una relazione violenta non è costantemente violenta, ci sono fasi di “luna di miele” in cui il partner – a patto che si rispettino le sue “regole” – è affettuoso e sembra tornare ai tempi dell’inizio della relazione, questo regge solo fino al seguente episodio di crisi ed esposizione violenta, ma questa spirale avviluppa la donna nella speranza di un cambiamento ed anche in una dinamica up e down che crea assoggettamento psicologico.

Parlarne: confrontarci con amiche, amici, con i nostri familiari. E’ vero che possiamo provare colpa o vergogna, timore del giudizio, ma le altre persone possono anche capirci ed essere un sostegno per uscire da situazioni di violenza.

Rivolgersi ai centri antiviolenza: in tutta Italia sono presenti centri antiviolenza dove operatrici formate sono pronte ad accogliere le richieste di ascolto e di aiuto. Con variabilità da centro a centro questi centri offrono colloqui di ascolto e di sostegno informativo con le operatrici, assistenza legale con avvocate, sportelli di supporto alla ricerca di lavoro colloqui di supporto psicologico, in situazioni emergenza anche ospitalità in case rifugio. Inoltre il 1522 è il numero nazionale antiviolenza a cui è possibile telefonare per chiedere informazioni e sostegno e che può indirizzare verso il centro antiviolenza più vicino.

Sono un uomo: cosa posso fare sul tema?

Informarsi sul tema, e riflettere su come la società tratti diversamente uomini e donne e su come questo li faccia sentire. Mettere in discussione eventuali stereotipi sessisti di cui magari non ci si fa neanche caso, come l’opporsi all’usare il femminile nelle professioni di potere (ES. infermierA va benissimo, ma sindacA suona male) o come condividere gli slogan contro la violenza che si appellano al fatto che una donna vada rispettata in quanto figlia, madre, sorella, quando invece il punto è che una donna, come un uomo, va rispettata in quanto essere umano di pari dignità e valore.

Confrontarsi anche tra uomini sul tema delle relazioni ma anche dell’essere uomo per costruire un confronto su come ognuno possa vivere la propria mascolinità senza doverla considerare superiore o in contrapposizione alla femminilità.

Ascoltare le esperienze delle donne, incuriosendosi delle esperienze di amiche, compagne e conoscenti, e cercare di riflettere sulla loro esperienza di questi fenomeni.

Riflettere sul proprio modo di vivere le relazioni e la mascolinità.

Non caldeggiare atteggiamenti sessisti: dalle battute sessiste, al cat calling, alla condivisione di video o immagini private senza consenso che si possono ricevere, è importante prendere posizione anche nei propri gruppi di appartenenza per favorire una presa di consapevolezza. Consiglio in questo senso la visione del video “Have a word” che trovate nella sezione video alla fine dell’articolo.

Se ci si rende conto di avere difficoltà a gestire le proprie emozioni o difficoltà a gestire l’aggressività è importante chiedere aiuto a professionisti della salute mentale privata o ai centri di ascolto per uomini maltrattanti.

Per concludere

Questo articolo non è né completo né esaustivo, il tema è ampio e complesso ed è difficile affrontare ogni suo aspetto in un solo articolo, per questo ho pensato di includere alcuni aspetti centrali senza poterli approfondire in maniera completa. Ma spero di aver chiarito alcune inesattezze o luoghi comuni spesso rintracciabili nel discorso pubblico e di aver invogliato le persone ad approfondire il tema. Negli anni il 25 Novembre sembra affrontare con sempre più cura e conoscenza il tema e tanti argomenti vengono diffusi in questo giorno sui social. Pertanto consiglio di seguito alcuni libri che ho letto sul tema e che possono essere letti anche dai giovani e dalle giovani ragazze per una riflessione su questi temi complessi; troverete anche una selezione di alcuni post interessanti diquesto 25 novembre ed infine alcuni link a video sul tema.

Libri consigliati sul tema

Contenuti online sul tema

La violenza contro le donne è una piaga globale | SaluteInternazionale

Video per riflettere sul tema

Nota: si prega di citare l’articolo nel caso vengano riportati passi da esso tratto.

Ylenia Greco Psicologa Psicoterapeuta

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