Tu chiamale se vuoi emozioni

Ansia, tristezza, paura, rabbia: sembra che si parli di emozioni solo quando ci fanno stare male. In questi casi poi le si chiama erroneamente “emozioni negative” come se il provarle fosse qualcosa di sbagliato, tanto che purtroppo appaiono talvolta titoli di corsi, libri o articoli che promettono di aiutarci a “liberarci dell’ansia, combattere la tristezza, eliminare la rabbia“, dando un’idea sbagliata sia delle emozioni che della prospettiva di toglierle, aspettativa che non solo non è possibile soddisfare ma che non sarebbe neanche utile. Nel corso di questo articolo cercheremo di capire meglio perché.

Innanzitutto dobbiamo specificare che le emozioni nella cultura filosofica occidentale sono state viste come contrapposte alla razionalità e questo ha avuto un’influenza nel rendercele più’ estranee e nel vederle come qualcosa da contenere o eliminare. Un esempio ne è il dualismo cartesiano che vedeva la res cogitans ossia il pensiero come ciò che potevamo identificare con l’”io” e la res extensa ossia il corpo, le sensazioni e le emozioni come l’aspetto più’ basso e animale. In realtà anche quando prendiamo decisioni, le emozioni hanno un ruolo importante, non distraente ma determinante nell’aiutarci a capire come valutiamo quell’opzione rispetto a come ci sentiamo ossia rispetto a cosa desideriamo. Pertanto le emozioni non sono scotomizzate, separate, dal nostro ragionamento ma vi entrano a pieno titolo, che ne siamo consapevoli o meno.

Le emozioni – tutte – scandiscono ogni momento della nostra vita, le danno colore e significato. Alcuni colori ci illuminano e quelle sono le emozioni piacevoli, altri colori ci incupiscono e quelle sono le emozioni spiacevoli. Perché i termini piacevoli e spiacevoli e non “positive” e “negative”? Perché i termini positivi e negativi sembrano dare una valenza diversa alle emozioni, facendo sembrare che le emozioni come gioia, orgoglio, sorpresa, felicità siano buone e giuste, mentre emozioni come paura, rabbia, tristezza e ansia siano brutte e cattive e che sia sempre meglio non averle.

Eppure proviamo a pensare: se mentre guido un ciclista mi taglia la strada, non ha senso provare quella paura che ci fa frenare immediatamente? Se una persona inizia a corrermi incontro armata, non ha senso provare paura e iniziare a scappare? Se sono in fila e le persone continuano a superarmi – una, due, tre, cinque, venti – non sarebbe augurabile provare un po’ di rabbia per far rispettare il nostro turno?

Questi esempi ci fanno già intuire come le emozioni siano tutte utili. Dal punto di vista evoluzionistico sono state selezionate perché ci permettono di sopravvivere e di muoverci per la soddisfazione dei nostri bisogni.

Il problema delle emozioni che fanno stare male infatti riguarda le emozioni in sé quanto: l’intensità delle emozioni o la loro assenza, la loro frequenza, la loro durata, la loro congruenza rispetto al contesto, il fatto che le gestiamo male o quando le gestiamo con azioni che non sono funzionali a quello a cui servono.

Se mi arrabbio perché un’amica ha svelato un segreto che le avevo confidato – rompendo quindi un patto di cooperazione, cosa che probabilmente riterrò come un tradimento ingiusto – è assolutamente sensato. Il punto è: mi arrabbio in una maniera così intensa da essere sproporzionata? Sto arrabbiata/o per tre giorni di seguito per questo fatto? Mi succede di arrabbiarmi non solo per cose del genere ma per tantissimi piccoli atti che solitamente non fanno arrabbiare le persone? O ancora, a seguito di questa rabbia ho spaccato tutti i mobili del soggiorno? Per gestire questa rabbia ho bevuto tre gin tonic? Oppure: un’amica mi ha ammazzato volontariamente il gatto, ed io non provo per niente rabbia anche se sarebbe più’ che lecito provarla? Queste domande hanno a che fare proprio con intensità, durata, frequenza e azione che segue all’emozione o l’assenza di un’emozione che in realtà avrebbe senso provare.

Spontaneamente, pur senza esserne consapevoli, tendiamo a ricercare emozioni piacevoli e a stare lontani da quelle spiacevoli. Oppure se decidiamo di tollerare emozioni spiacevoli in virtù’ di un raggiungimento maggiore, ciò significa che l’obiettivo è per noi molto importante. Inoltre è impossibile riuscire ad evitare le emozioni spiacevoli: molti dei nostri obiettivi di vita – lavorativi, sentimentali, familiari – avranno dei momenti in cui proveremo emozioni piacevoli e momenti in cui proveremo emozioni spiacevoli, è inevitabile perché è impossibile che tutto vada sempre come noi desideriamo e che tutti i nostri obiettivi, piccoli e grandi, siano sempre tutti soddisfatti.

Le parole obiettivi, soddisfazione, impossibilità di soddisfare tutti gli obiettivi ci stanno facendo avvicinare ad un altro tema fondamentale quando si parla di emozioni. E cioè: ma che senso hanno le emozioni? Spesso le viviamo, ne parliamo, ne scriviamo ma senza esserci mai veramente soffermati a comprendere per quale motivo esistono queste emozioni.

Già l’etimologia della parola emozione, dal latino e- movere ossia muovere fuori, ci aiuta a comprendere come le emozioni servano a muoverci. In che senso a muoverci? Sono come piedi? Sono la bussola dei piedi: le emozioni sono delle indicatrici dello stato di cose rispetto ai nostri bisogni e desideri. Le emozioni sono degli stimoli all’azione.

Quand’è che siamo contenti? Quando volevamo iniziare una relazione di coppia e troviamo il partner giusto, quando avevamo fame e mangiamo un piatto che ci piace, quando veniamo assunti proprio nel lavoro che volevamo fare, quando superiamo un esame, quando andiamo al cinema a vedere quel sequel che aspettavamo da anni, quando arriviamo a casa la sera e possiamo stare coi nostri figli, quando ci laureiamo, quando veniamo promossi, quando andiamo a visitare quella città che sognavamo da sempre di vedere. Insomma: gioia e soddisfazione arrivano quando abbiamo esaudito un nostro bisogno e un nostro desiderio.

Questi esempi a mio avviso iniziano a mettere in luce un altro aspetto importante: a volte otteniamo delle cose – relazioni, lavori, promozioni, raggiungimenti, rapporti – eppure non proviamo gioia. Come mai? Se quello che fa l’emozione è il desiderio dietro… forse significa che quello che ho ottenuto forse non lo volevo? Potrebbe essere: nel senso che la società ci dà delle aspettative su ciò che tutti e tutte in quanto uomini e donne di una data società dovremmo aspirare ad avere per essere felici – un matrimonio, un’ottima posizione lavorativa, tanti soldi, le vacanze alle Hawaii, i vestiti firmati, figli e figlie, eccetera eccetera. Ma nella generazione dei 30-40enni di oggi più’ che mai prima si ci rende conto spesso che le mete imposte o auspicate dalla società poi non sono davvero quelle che uno davvero può avere per sé. Ed ecco perché magari essere promosso in un lavoro di cui non mi frega niente, per il quale non ottengo granché più’ soldi ma uso molte piu’ ore e che non mi servirà a raggiungere qualche obiettivo o valore più’ grande per me importante può non rendermi felice, anche se di per sé sarebbe una cosa bella. Ed ecco perché è importante sapere cosa desideriamo:

“Mi diresti, per cortesia, quale strada devo prendere per andarmene da qui? – chiese Alice
– Tutto dipende da dove vuoi arrivare – risposte il Gatto.
– Il dove non ha grande importanza.. – disse Alice
– E allora non ha grande importanza neanche la strada da prendere – commentò il Gatto”
Alice nel paese delle meraviglie” – Lewis Carroll

Come dice lo Stregatto, chiederci dove vogliamo andare – ossia quali sono i nostri desideri, i nostri valori, cosa ci farebbe sentire che la nostra vita ha senso, piacere e significato – è il primo passo per capire che strada prendere. E le emozioni lungi dall’essere un atto “irrazionale” che ci rende difficile prendere decisioni, sono parte integrante dei processi decisionali che intraprendiamo ogni giorno.

Le emozioni ci forniscono informazioni per valutare ogni situazione, ci possono indurre a raccogliere ulteriori informazioni, a prepararci meglio, a sopravvivere, a prendere decisioni, organizzare le scelte e le attività e quindi il nostro comportamento.

E le emozioni spiacevoli?

Le emozioni spiacevoli sono importanti e utili tanto quanto quelle spiacevoli, anzi forse anche di più’ considerato che senza l’emozione della paura sarebbe molto difficile sopravvivere e la sopravvivenza è l’imperativo principale per il nostro organismo – se non siamo vivi non possiamo neanche essere felici di stare mangiando la nostra torta preferita.

Per approfondire questo aspetto approfondirò in particolare tre emozioni: la paura, l’ansia e la tristezza.

La paura ci serve a sottrarci dai pericoli che corriamo: se vedessi qualcuno armato di fronte a me e non provassi paura non inizierei a correre per sottrarmi al pericolo.

L’ansia è la paura 2.0: il nostro cervello evolvendosi ha acquisito la capacità di immaginare scenari futuri. Questa evoluzione ci ha permesso di organizzare il nostro comportamento ipotizzando lo sviluppo futuro e aumentando quindi la gamma delle nostre azioni – se pianto questi semi tra tre mesi potrò raccoglierne i frutti, se studio questa estate e passo gli esami riuscirò a laurearmi – ma aumentando anche la nostra capacità di immaginare anche le cose che possono andare male. Questo è importante perché prevedere cosa può andare male e mettere a rischio la nostra sopravvivenza è stato importante e lo è ancora per la nostra specie e per la sopravvivenza di ognuno. Provo ansia quando immagino che possa esserci nel futuro un pericolo alla mia sopravvivenza o ad un mio desiderio: potrei non passare l’esame = ansia; potrei avere un incidente in auto = ansia; la mia ragazza potrebbe lasciarmi = ansia. Tutti pericoli a dei nostri desideri. In una certa quantità l’ansia può essere utile: mi può aiutare a studiare di più prima dell’esame, a stare più attento e non messaggiare mentre guido e a ricordarmi di non dare per scontata la mia ragazza e darle attenzioni affinché non mi lasci.

Certo è che a volte non funziona lo stesso

Certamente no. Come abbiamo detto prima non tutti i nostri desideri sono sempre realizzati, a volte banalmente per il caso, altre volte perché ci sono anche i desideri degli altri con cui fare i conti. Per esempio può essere che la mia ragazza mi voglia lasciare anche se le do tutte le attenzioni e mi lascia. Che succede a questo punto?

Chiaramente possono susseguirsi una serie di emozioni diverse. Possiamo ipotizzare che si susseguano emozioni di stupore, paura, rabbia e tristezza – ma potrei provare anche sollievo e gioia nel caso che anch’io non fossi più’ soddisfatto della relazione. Ecco perché capire cosa vogliamo e quello che pensiamo rispetto ad una certa situazione influisce su quello che proviamo e sentiamo.

Detto ciò: non ho passato l’esame, mi sono fatto male in un incidente, sono stato lasciato. E’ probabile che io possa provare tristezza: l’emozione che proviamo quando abbiamo perso qualcosa, in particolare quando abbiamo perso la possibilità di soddisfare un desiderio, di raggiungere un obiettivo, di mantenere una relazione che per noi era importante mantenere. Se non fossimo mai tristi quando perdiamo una persona cara o non raggiungiamo un nostro obiettivo allora nulla avrebbe importanza, tutto sarebbe indifferente: ci sei o non ci sei sto bene uguale, passo l’esame o no chissenefrega. Eppure le cose per noi hanno importanza. Ed è giusto essere tristi quando le perdiamo. La tristezza poi ci serve proprio ad elaborare ciò che è stato, a ritirarci e riconsiderare le cose e a tornare poi nel mondo per soddisfare quegli stessi desideri magari cercando di non fare gli stessi errori.

Ma allora cosa succede quando abbiamo disturbi d’ansia, disturbi depressivi, rabbia incontrollata, fobie limitanti? Succede che quelle emozioni sono troppo intense, frequenti, non utili perché per dei nostri schemi personali, maturati nel corso della nostra vita, abbiamo imparato certe credenze non utili e una serie di pensieri irrealistici ci porta a interpretare in maniera poco equilibrata alcune situazioni e a provare emozioni troppo intense e che non ci aiutano.

Tornando all’esempio di prima: se essendo lasciato dalla mia ragazza, i pensieri anziché essere collegati alle emozioni di naturale stupore, paura, rabbia e tristezza fino ad arrivare ad un’elaborazione della stessa, all’accettazione e alla possibilità di re-investire il bisogno che avevo in quella relazione in altro, i pensieri sono invece “non troverò nessuno mai più’”, “faccio schifo”, “la mia vita non ha più’ senso”, “nessuno può amarmi”, “sono una persona così fallita che nessuno mi può amare” ecco che proverò emozioni di tristezza e disperazione molto intense, seppur dovute a pensieri che non sono né utili né veritieri: perché sono assoluti, irrealistici, trascurano tantissime informazioni che li contraddicono (per fare alcuni esempi dei tanti errori in questo tipo di pensieri: l’altra persona può anche avermi lasciato, ma ciò non significa che io faccia schifo / avere fallito in qualcosa non significa essere un fallimento / che una donna non mi ami e non voglia stare con me non significa che sia cattiva / se anche una donna/uomo agisse con cattiveria non significa che tutte le donne/tutti gli uomini agiranno ugualmente / la persona che mi ha lasciato non mi ama ma ci sono altre persone che mi amano e che non sto considerando/ecc.)

Per cui nei casi di emozioni difficili a causa delle caratteristiche di troppa intensità, frequenza, disfunzionalità bisogna ragionare sui motivi che ci portano a interpretare quelle situazioni in una maniera così assoluta e irrealistica e a provare quindi emozioni che anziché aiutarci a realizzare i nostri bisogni ci portano a malessere e a comportamenti disfunzionali per noi e per le nostre relazioni.

Chiaramente questa è una spolverata su temi molto complessi. Sulle emozioni, la loro funzionalità e la loro disfunzionalità, sono stati scritti intere collane di libri. Pertanto il presente articolo non è da considerarsi esaustivo. Se tuttavia, questi accenni hanno stimolato domande è possibile scriverle alla mail yleniagrecopsy@gmail.com.

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