Competere su tutto, sempre e comunque non solo ci fa male ma non è neanche utile.

Essere il/la migliore in tutto sempre, avere la meglio in qualsiasi confronto attinente a qualsiasi capacità, qualità, attributo estetico, materia culturale, possesso economico è praticamente impossibile: allora perché la società ci spinge a farlo?

È davvero utile competere per essere i più’ belli, i più’ intelligenti, i più’ bravi a calcio ma anche i più’ veloci nella corsa, quelli più’ ricchi, con il dottorato conseguito all’estero all’università più’ prestigiosa, o con la villa con la piscina più’ grande, la fama maggiore, il maggior numero di follower, il/la partner più’ desiderabile, la maggiore capacità negli scacchi ma anche la lode nella terza laurea e le vacanze intorno al mondo nei migliori hotel a 5 stelle?

Veramente dobbiamo confrontarci in tutte queste cose per poter essere soddisfatti della nostra vita? Oppure la società ci spinge a fare questo per una gara che ci spinga a produrre e spendere di più legando il nostro valore ad una gara in tondo che spesso non ci porta dove desideriamo davvero essere ma dove sembra più figo essere?

Funzione e scopo del sistema di competizione o di rango

Il sistema di rango, agonistico o di competizione lo abbiamo ereditato dai nostri antenati ed ha lo scopo di competere per l’accesso a risorse limitate. Chi vinceva la competizione o otteneva vincendo ripetutamente un rango più elevato riconosciutogli dal gruppo – fintanto che qualche altro membro del gruppo non lo conquistava – accedeva per primo (o esclusivamente) al riparo migliore, al cibo migliore, ai/alle partner migliori e via via alle diverse proprietà createsi nella storia umana.

Lo scopo della competizione è questo: accedere a risorse limitate. Queste risorse possono essere un posto in un servizio pubblico in cui si compete tramite concorso, la coppa finale del torneo, l’accesso per primo alla cassa del supermercato, uscire con un/una potenziale partner, l’avere ragione in una discussione. In ogni caso è il sistema della competizione che si attiva. 

Possiamo competere praticamente su tutto, dipende dal settore a cui noi diamo importanza. Se per esempio il mio obiettivo è diventare la calciatrice più forte allora competerò soprattutto nel calcio. 

Il problema di una società iper competitiva

Se la competizione è una sistema motivazionale naturale e ineliminabile dalla natura umana, allora dove sta il problema? Il problema è che nella società attuale la spinta a competere è onnipresente: sembra che dobbiamo competere sempre e comunque e con chiunque per qualsiasi cosa, anche per cose che non ci interessano!

Facciamo alcuni esempi.

Magari sono un commercialista e sono contento del mio lavoro e ho un buon giro di clienti e sono soddisfatto. Ma poi vedo Tizio che ne ha molti di più, è commercialista addirittura di mega aziende e, anche se a me non ne ne interessa un fico secco di quell’ambito – mi ritrovo a sentirmi da meno, inferiore, perché mi paragono a lui e quasi perdo la soddisfazione che avevo rispetto a quello che faccio.

Oppure sono un’insegnante, mi reputo molto capace e mi piace il mio lavoro, sono soddisfatta e appagata. Poi vedo che la mia ex compagna di scuola Tizia, che fa l’avvocata, è anche bravissima nella pallavolo, tanto da essere intervistata sul giornale per questo, ed ha anche 20.000 follower che la seguono! Ed ecco che mi ritrovo a pensare: e io invece cosa ho concluso? Lei è meglio di me – anche se io non solo non avrei mai fatto giurisprudenza ma odio anche la pallavolo e dei social me ne curo così così.

Con questi esempi – e molti altri che forse vi saranno venuti in mente – diventa chiaro come questa società ci porti a confrontarci in maniera eccessiva sui successi nostri e altrui, anche rispetto a successi che a noi manco interessano realmente, in una continua gara in cui non si vince niente. Perché lo scopo reale della competizione viene raggiunto anche se io non vinco qualsiasi confronto irrealistico che mi ritrovo a fare: abbiamo già l’accesso alle risorse o stiamo comunque andando verso l’accesso alle risorse facendo ciò che ci interessa, perché dovremmo confrontarci anche su tutto il resto che ci darebbe solo lo status in sé? Ossia: se ho già soddisfazione lavorativa, sono sposata, ho una casa che mi piace, soldi sufficienti a vivere bene, mangiare, curarmi e fare le vacanze che desidero, perché mi dovrei criticare aspramente solo perché non ho tot follower, non sono bella come Angelina Jolie, perché qualcuno ha la casa più’ bella della mia o ha più’ soldi? Se invece mi manca qualcuna di queste cose e le desidero non ha più’ senso impegnarmi e concentrarmi solo su ciò che mi interessa per ottenerle, piuttosto che cercare di vincere su tutto anche su ciò che non voglio perché la società mi spinge a farlo?

Questo focus sulla competizione per il gusto della competizione ci prende tante energia, ci genera confronti infausti ed emozioni spiacevoli per ottenere quale obiettivo concreto?

Per questo è importante spezzare questa abitudine, questa narrativa e tornare a concentrarci su cosa desideriamo noi, cosa è importante per noi, il piacere di fare quello che facciamo per il gusto di farlo e non per sentirci meglio di qualche altro/a. Mi piace dipingere: cosa conta se un bambino di otto anni super dotato ha già fatto una mostra personale? Perché dovrebbe avere un impatto sulla mia soddisfazione di fare ciò che mi piace?

Vincere in una competizione non vuol dire essere meglio di tutti gli altri in tutto.

Un altro problema legato a questo è proprio il fatto che la società idealizza ed enfatizza chi vince o eccelle in qualcosa, esaltandolo come massimo esempio umano in senso assoluto.

Il miglior tennista viene esaltato come il miglior essere umano, anche se il suo merito è quello di giocare a tennis. Lo scrittore Premio Nobel ha ottenuto il massimo riconoscimento nella sua materia, ma ciò non significa che dobbiamo sentirci tutti inferiori a lui in quanto esseri umani. Tanto più’ che la storia ci insegna che tanti personaggi della Storia che sono stati eccelsi nella loro materia, hanno fatto le peggiori nefandezze umane oppure che pur essendo bravi in qualcosa erano totalmente incompetenti su altre (e ci mancherebbe: non è possibile essere competenti in ogni campo dello scibile umano).

Vincere una competizione vuol dire essere stato bravo in quella competizione, non vuol dire essere un essere umano migliore di tutti gli altri.

Spesso si vede anche in come i media dell’informazione esaltano certe azioni eccellenti. Tempo fa ci fu lo scandalo della ragazza che si era laureata in medicina in due anni meno di quelli dovuti e che era finita sui giornali dichiarando che c’era riuscita studiando di notte e cercando di dormire il minimo (nonostante non dormire non sia un comportamento sano). Capita anche quando vengono scritte notizie che esaltano qualcuno che si laurea in tempi record, che ottiene due lauree contemporaneamente, che si laurea la mattina e partorisce il pomeriggio. Possono essere talvolta azioni mirabili, ottimi raggiungimenti: ma perché dovrebbero diminuire i nostri? Che male c’è a laurearsi nei tempi previsti e nel frattempo godersi anche la vita universitaria, dormire, passare il tempo con gli amici, leggere, viaggiare e godersi la vita universitaria che non tornerà più’? Perché la vita dovrebbe diventare una corsa contro il tempo anziché un godersi le esperienze che si fanno? E soprattutto: siamo sicuri che vivere le cose di corsa, che fare per i risultati e non per le esperienze, sia il modo giusto per vivere bene?

Su instagram ho trovato degli hashtag che mostrano come questa narrazione tossica sia diffusa: “vincere non è importante è l’unica cosa che conta” e “vincere è l’unica cosa che conta“. Mi fanno spavento questi concetti, che purtroppo sono diffusi. Mi fanno spavento perché io credo che l’unica cosa che conti non sia vincere, ma vivere: viversi le esperienze, il gusto di giocare, il gusto di studiare, la soddisfazione di scoprire, di fare un lavoro come ci piace, non il dover vincere a tutti i costi – anche a costo della salute mentale.

Competizione, valore e narrativa del merito

Per concludere un ultimo aspetto malsano riguardante questo ideale che lega l’ipercompetizione al valore come persona è il passare l’idea che sia tutto merito – appunto – del merito. Sicuramente una parte consistente nei nostri raggiungimenti è attribuibile ai nostri sforzi, al nostro impegno, all’insieme di capacità ed esercizio. Tuttavia fare finta che il raggiungimento di certi risultati e vittorie e status dipenda solo dal merito non è solo irrealistico ma anche malsano. E’ chiaro che una persona con grandi difficoltà economiche ha più’ difficoltà di chi ha molti soldi, che nascere in una famiglia piuttosto che in un’altra faccia un’importante differenza, che nascere in un Paese piuttosto che in un altro faccia differenza. Puoi laurearti in tre anni anziché in cinque, ma probabilmente solo se hai qualcuno che ti mantiene e puoi permetterti di studiare senza lavorare. Puoi avere un’attività affermata in giovane età sia perché ti sei impegnato molto sia perché l’hai ereditata dalla tua famiglia. Sono differenze naturali che fanno parte della vita, in certi casi si possono cercare di diminuire (es. le borse di studio), in altre no (es. avere genitori amorevoli che ti supportano vs non avere genitori amorevoli che ti supportano). Ma non ha senso negare che esistano: negare queste diverse condizioni di partenza non elimina la realtà, serve solo a fare sentire ancora più inadeguate quelle persone che non sono partite con le stesse disponibilità di altre, e cioè tutti/e: perché c’è sempre qualcuno/a che aveva maggiori possibilità di noi in partenza.

E’ difficile non aderire in queste narrative di cui la società è intrisa, ma essere consapevoli dell’irrealtà e della disfunzionalità di tali credenze ci rende già meno suscettibili ad esserne assorbiti e in grado di ricordarci cosa conta davvero per noi.

Voglio essere superato,
come una Bianchina dalla super auto,
come la soffitta dal tuo super attico
Sono tutti in gara e rallento
fino a stare fuori dal tempo
superare il concetto stesso di superamento
mi fa stare bene.

“Mi fa stare bene” – Caparezza

Per concludere trovate due post – tratti dal mio profilo Instagram – che affrontano due temi complementari.

Ylenia Greco Psicologa Psicoterapeuta

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